
Sono quindi "parola" e "ragionamento" a spaventare i boss, gli Schiavone, gli Iovine di turno, che utilizzano il controllo sul territorio come primo trampolino di lancio per far fruttare altrove i loro affari illeciti trasformandoli in alta finanza, in investimenti internazionali, in moda, armi, droga o spazzatura. Il teatro, mai come in questi casi, può diventare uno dei più forti rimedi per smuovere qualcosa dentro di noi, una specie di cassa di risonanza che ferma le parole, imprimendo ad esse una forza, un'energia che spesso, sommersi come siamo delle più svariate informazioni, non riusciamo a comprendere. Prendiamo l'inizio di "Gomorra", lo spettacolo di Mario Gelardi, trasmesso venerdì su rai due. Il volto di Ivan Castiglione che interpretava Roberto Saviano. Ma interpretare è forse una parola sbagliata. Era "al servizio" del messaggio, del grido di Roberto Saviano, mettendo a disposizione il suo corpo e la sua voce d'attore. Quelle parole tornavano indietro con una forza, un'energia enorme, sembravano quasi spaccare lo schermo del televisore. Ed è questa la sensazione che ho avuto spesso guardando lo spettacolo. Che gli attori Ivan Castiglione, Francesco Di Leva, Antonio Ianniello,Giuseppe Miale di Mauro, Adriano Pantaleo e Ernesto Mahieux, rompessero lo schermo televisivo, facendo sentire l'esigenza a chi guardava da casa, di essere lì con loro, di assistere dal vivo al "fatto teatrale" che amplificava sempre di più le "parole", i "ragionamenti" del libro di Saviano. Questo di sicuro non è un comodo lavoro da "attori scritturati" da teatro stabile. Non un lavoro da definire bello o brutto. Ma un lavoro necessario, corraggioso da affrontare e vitale.